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IL MONDO ATTORNO A ME

Questa mattina il cielo era di nuovo coperto: dopo la calda ed assolata giornata di ieri non mi aspettavo di nuovo pioggia. Nonostante il cielo bigio, nell’aria c’era un intenso profumo di acacia: è il tempo in cui gli apicoltori si apprestano a sistemare gli alveari nelle zone a ridosso dei boschi. Osservavo il giardino con un terreno piuttosto sassoso, dall’aspetto scuro, poco compatto e non mi capacitavo del fatto che proprio nel mezzo, ai piedi del sambuco dove spesso si rincorrono o dondolano due scoiattoli marroni, fosse oramai cresciuto un nocciolo. Sicuramente è frutto del lavoro della ghiandaia che avrà avuto cura di sistemare il seme nel posto che riteneva più adatto. Sposteremo anche quello, lo metteremo a dimora nell’ampia riva dell’appezzamento accanto: è un albero autoctono e sciuparlo non sarebbe rispettoso per la natura. Poco più in là ho scoperto che, oltre al proliferare quasi infestante dell’alloro, sta crescendo timidamente un agrifoglio: ho liberato il terreno attorno dalle felci che per ora hanno ancora le foglie arrotolate e immature, così che non lo soffochino. Certo ha deciso di crescere nel posto che abbiamo destinato a pollaio, sempre che la volpe che di solito dorme acciambellata all’imbocco della tranquilla stradina non decida di passare a pranzare… Vedremo come accordarci: un uovo io oggi e tu una gallina domani? Lo capirà la volpe? Bhè, per antonomasia è furba, quindi non ci faremo ingannare: metteremo una rete anche sopra il pollaio per proteggere le galline. Prima però dovremo stabilire chi di noi deve andare a pulire “gli orologi”: le cacche delle galline che per altro sono degli ottimi fertilizzanti, così avremo anche grassi pomodori e una deliziosa fioritura di zucchine che meriteranno la frittura con la pastella. L’umidità della notte ha imperlato una ragnatela, che sembra realizzata al tombolo, ma il ragno non c’è. Spostando le frasche che devono asciugare al sole, un pigro scorpione si muove, così capisco che fine ha fatto il ragno. Non mi piacciono gli scorpioni… non sono comprensiva con la loro esistenza. Già devo sopportare gli scorzoni che la gatta mi porta fuori di casa e con aria fiera mi mostra e che io devo… finire, perché lei me li dona solo un po’ intontiti ma vivi!! Le due tortorelle con il loro fastidioso tubare si sono già fatte sentire e la signora merlo saltella noncurante della gatta, gatta che per ora dorme acciambellata sopra la legnaia. Rifletto sul fatto che oramai Pallino non lo rivedremo sino alla prossimo freddo, quello vero non quello fresco portato dalle piogge insistenti di questo periodo. “Pallino” è il nome che abbiamo dato al pettirosso che ci ha gratificato delle fette di mela e briciole riempiendosi e assumendo la forma di una palla J . I corvacci, invece, di giorno sorvolano i campi e ieri uno l’ho incrociato proprio sulla strada mentre nel becco tenevo qualcosa. Non ho capito cosa…so che sono animali spazzini e ho pensato che avesse catturato un topo campagnolo. “ha fatto la fine del topo”… ma anche le lucertole non hanno molta fortuna, con la gatta che si diverte a cacciarle. Molto più piacevole l’immagine del fringuello che ha cominciato a saltellare nel prato beccando i semi dell’erba: ce ne lascerà qualcuno perché germogli? Speriamo almeno non inviti a festa tutta la famiglia L: Per ora se ne sta a guardare il suo becchine vicino ad un sasso, un sasso vero non come quello che una sera credevo fosse un sasso ma invece era un grasso e grosso rospo. CRaaa… che spavento! Quando il sole è alto il picchio maggiore si sente che lavora: scandisce il tempo, e con il rumore è come se mi ricordasse che “c’è da fare”. E’ stato una sorpresa riuscire ad individuarlo, proprio bello con la sua cresta rossa. Ma un po’ meno bella l’ombra sul prato del nibbio bruno, ma decisamente affascinante. Le rondini non si sono ancora viste perché la temperatura non si è ancora stabilizzata, così come l’eclettica upupa con la sua cresta un po’ hippy. Saranno anche “cose volatili” ma tutte queste fanno passare lo sguardo dalla terra al cielo, con un senso di ammirazione per una cosa, il volare, che per l’uomo non è naturale. Facendo un censimento delle bestie del luogo osservo che quello che è emigrante sono proprio io, ma sto mettendo radici J

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MILANO MALPENSA: 1…2…3… SATELLITE!

Il prossimo 13 gennaio è previsto che nella costellazione dell’aviazione civile sede di Malpensa prenda vita un Satellite. Se nella via Lattea dell’aeroporto Malpensa 2000 già risplendevamo 2 stelle, ecco che i Magi dei giorni nostri hanno previsto nascerà un Satellite. Gli esperti già lo hanno nominato il “Terzo-Terzo”. Nel sito del gestore dell’aeroporto, la  SEA, la pagina iniziale ad oggi offre la possibilità di aprire i link, oltre che per Linate, anche per Milano Malpensa 1 e 2. Per il Terzo si aspetta il taglio cesareo di domenica. Infatti per tale data è preannunciata la nascita di questo terzo gemello che, dati i tempi di gestazione, sarà di dimensioni maggiore dei suoi fratelli. Il travaglio faticoso è stato necessario per consentire la realizzazione di una infrastruttura che per dimensioni potrà ricevere il gigante dei cieli: l’Airbus A380.

Eppure io mi ricordo che…C’era una volta nella brughiera gallaratese una lingua di terra che permetteva l’atterraggio e la partenza di velivoli e che con il passare dei lustri ha assunto una dimensione ed una attrezzatura di più marcato utilizzo.

Infatti mentre il T1 è dedicato ai voli dell’area Schengen e voli extra europei, il T2 ha consentito lo sviluppo dell’aviazione civile in modalità low cost, ospitando una compagnia area che ha reso fortemente accessibile il trasporto aereo “anche per una gita”.  In questi giorni mi è capitato di ricevere una mail dal gruppo SEA che, rimandando alla propria pagina FaceBook, propone un accurato programma  di intrattenimento. Domenica in famiglia in aeroporto, si potrebbe pensare così l’iniziativa. L’aeroporto che si trasforma in parco divertimenti, con spettacoli comici e di folklore, senza dimenticare l’attenzione alla solidarietà. Pare che Mago Zurlì dotato di regolare bacchetta magica – con i capelli luccicanti di polvere magica, corpetto aderente in vita e calzamaglia – abbia organizzato giochi e passatempi per i più piccoli ad esempio  dall’Eco del Roditore potremo ascoltare le news  che arrivano dai luminosi metri quadrati dedicati al servizio; POI patatine, palloncini, scivoli per coronare tutte le esigenze. RadioDeejay che trasmetterà nell’etere direttamente dal Satellite…Ovviamente poiché per ogni nato una fatina buona è pronta a donare qualche benevolenza pare che passerà proprio  nei cieli  di Malpensa la   Fata Morgana che promette di trasformare di un bianco candore pista e tetti del Satellite: domenica nevicherà. Come per ogni avvenimento tanto atteso, del resto…   ENAC  promette che l’aviazione civile di domani si costruisce oggi. Domenica potremo così essere partecipi di questa natività. Oro e incenso saranno doni ben graditi, mentre per la mirra.. vorremmo che venisse sostituita con gli allori.

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Don Mazzi

Don Mazzi (Photo credit: alecani)

carta e calamaio… ne ho proprio bisogno!!

questa sera, stanca dell’ennesima giornata-porta in faccia, frustrata per dover di nuovo reprimere idee ed energie, ho deciso: scrivo. Uno dei tenti modi, “alla Gramellini” potrei dire, per rovesciare tutto.  Oggi carica ed entusiasta del mio titolo di laurea, da neo-laureata anche se attempata, ho preso il coraggio di contattare un collega e portarele la mia idea: fare e-learning. Usando le nuove tecnologie (che rimarranno sempre “nuove” se non si comincia ad usarle) si può collegare più postazioni dislocate sul territorio e fare formazione si in modalità sincrona che asincrona con una tipologia blended. Certo la formazione, nel mio caso specifico, potrei proporla per quelle materie amministrative che maneggio da 20 anni: norme di accesso agli atti, trasparenza, termini di risposta alle istanze, privacy. Una sorta di ABC che ogni dipendente pubblico deve conoscere e … applicare! La formazione continua, lo svecchiamento, l’uso agile ed intelligente delle tecnologie sono necessrie soprattutto nella P.A.. Così ho  pensato che dopo un primo processo di organizzazione di una formazione “di base” che potrebbe costituire una repository di buone pratiche, idee ed esperienze, si tratterebbe di proporre degli oggiornamento a seguito di modifica di legge, implementando con delle discussioni su forum, magari delle sentenze interpretative, riconducendole alla tipologia di specie. Bla.. bla.. bla… Non posso insegnare quello che non so, ma so come si fa ad insegnare: ci sono programmi open source, si possono aprire classi vere e proprie dove si usano lavagne e si condividono filmati, slide, testi… si possono usare sempre in modalità free dei programmi per fare delle indagini conoscitive e poi proporre dei modelli di autovalutazione con dei test. Assieme alla formazione di tipo giuridica si somma il fatto che a tutti viene imposto di “usare” le nuove tecnologie e per imparare bisogna, proprio per questi strumenti, fare.  A questo punto la domanda che mi ha tolto la parola è stata: “ma in quale film l’hai visto tutto questo?”. In nessun “film” . Esiste: c’è una rete densa di opportunità, bisogna magari cercarle, scovarle e usarle per le proprie esigenze. Certa della mia proposta ho abbozzato spiegazioni, ma sono rimaste abbozzate all’incalzare di un’altra triste domanda: “ma tu hai esperienza nel privato?”. E’ vero… lavorare da 20 anni nella pubblica amministrazione non dà certezza di professionalità. No, la mia brevissima esperienza lavorativa durante le estati da studente non possono essere conteggiate quali formative per la mia professionalità, ma io sono una reduce entusiasta di una esperienza scolastica-formativa che mi ha permesso di “apprendere un mestiere”: quello di formatore. No, non è sufficiente, per di più nella convizione stereotipata che università on-line sia l’equazione laurea-on-line = studiato poco/nulla. Ho tentato una proposta: buttiamo giù un progetto, testiamolo, “tanto mi pagate lo stesso prezzo tutti i mesi”. Se è valido va da se che si possa espandere il criterio ad altre modalità di apprendimento. Ma c’è un “MA”: per fare formazione on-line io dovrei stare alla sede centrale dell’ente. A 500 km dall’ufficio dove lavoro. Il collega molto comprensivo del mio entusiasmo … mi ha detto che l’ente “non è pronto”.

oggi mi è passato tra le mani un tweet uscito da un sito : “pensiamo che il talento e l’innovazione possano portare questo paese ad essere una terra di speranza e di sogni” e allora stanca ho postato perchè se non ci sono sogni, non c’è speranza. Mi sono persa ad ascoltare Don Mazzi e come al solito le sue parole mi hanno convinta che la strada che sto tentando di seguire non è superficiale: “questa società è malata perchè ha le gambe malte. Le gambe, dice Don Mazzi, sono la scuola e la comunicazione. La scuola non fa più formazione sociale e politica, non c’è più coscienza sociale  perchè non educa alla democrazia. Perchè pensiamo che la Democrazia arrivi dopo  l’Audi, il telefonino e le ferie. E la comunicazione deve essere formativa , deve fare cultura perchè così si creano le premesse per la democrazia”. Io che amo Bertelli che ha fatto del Giamburrasca un esempio per “combattere i grandi” che diceva che “i grandi hanno sempre ragione, soprattutto quando hanno torto”, voto Pierino.  Abbiamo bisogno di scuotere, di scuoterci da questo torpore e rassegnazione, dalla paura di tentare a provare delle metodologie nuove, di sperimentare, di … osare. Una persona non ci salverà, ci salveranno le idee. E io sono alla disperata ricerca di qualcuno che abbia voglia di ascoltarmi…

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che Rogers entri in azione!

Tempo di esami: tanti libri, tante nozioni tecniche da imparare, tanti termini da ricordare e collegare opportunamente, ma poi? L’apprendimento è tale, secondo me, quanto diventa com-prendimento. Quando in qualche modo riesco ad assimilarlo, anche piagettianamente.

Tra le tante proposte formative che mi sono state offerte in particolar modo sono stata coinvolta dal tema della “comunicazione”. Del resto anche in questo momento …sto comunicando. “Non si può non comunicare” o come dicono le autorevoli voci della scuola di Palo Alto: “qualsiasi cosa è comunicazione”.

La comunicazione tra adulti è a mio avviso quella più difficile, complicata, insidiata da ostacoli.

Un testo da cui sicuramente ho tratto importanti spunti è “L’Ascolto del malato” di Silvia Kanizsa . Nella prima parte dedicata alla relazione operatori sanitari e malati, si passa alla riflessione tra questi da una prospettiva pedagogica. Su questo vorrei soffermarmi.

Ciò che mi ha colpita è il fatto che, in qualsiasi testo suggerito per l’esame di comunicazione educativa, la premessa necessaria per qualsiasi tipo di intervento pedagogico è l’osservazione. Osservare che etimologicamente significa porsi in un atteggiamento “come servo” nei confronti di qualcuno o qualcosa. Di per sé implica un atteggiamento molto umile, prendendo in considerazione, nel caso specifico della comunicazione, la persona nella sua totalità, non solo in senso “verbale”. La teoria di Rogers, che viene offerta, parte dal presupposto che la comprensione del soggetto che ci sta di fronte non avviene in modo gnosico (fondato sulle condizioni psicologiche), bensì patico (fondato sulle condizioni emozionali).

Mi preme fare una precisazione: i soggetti in relazioni comunicativa sono di per sé, ognuno , strutturati. Cosa vuol dire?  Significa che ognuno di loro ha una proprio “io” che non sempre però corrisponde ad il loro  “io-ideale”, cioè come il soggetto vorrebbe essere. Ogni soggetto è naturalmente proteso a sviluppare una tendenza attualizzante, ovvero a sviluppare le sue potenzialità in modo da favorire la sua conservazione ed il suo arricchimento. Ciò che è sicuramente determinante è la considerazione positiva provata nei suoi confronti dalle figure genitoriali (in primis) ed educative che li hanno accompagnati nella crescita. Ciò che più condiziona (non sempre positivamente) il comportamento di un soggetto è quello che io chiamo personalmente e senza nessun fondamento scientifico che lo sostenga, ma frutto di una semplice se non banale osservazione dei bambini, la “fame d’amore”. Ogni bambino desidera essere amato soprattutto dai genitori e per questo assume una serie di atteggiamenti che cercano di catturarne l’affetto. Molto spesso questo degenera in una comunicazione “condizionata” che lo psicologo Goffman riconduceva al concetto di frame: i soggetti assumono atteggiamenti e comportamenti differenti a seconda della contesto in cui si trovano. Ho conosciuto bambini capricciosissimi con i genitori e assolutamente educati in contesti scolastici, o viceversa. Questo mi porta a riflettere che i condizionamenti sociali e le relazioni personali influiscono enormemente sulla costruzione del proprio Sé, impedendo una maturazione cosciente e consapevole. Sono fortemente convinta che la vera sfida educativa sia portare ogni soggetto  ad essere se stesso, indipendentemente dai giudizi di altri: questa è vera maturità.

Ritornando all’oggetto di questo post, riprendo in mano la teoria di Rogers. In ambito comunicativo ciò che, secondo Rogers, è fondamentale è porsi in relazione con l’altro in una posizione di assoluta parità. Questo aspetto mi ha fortemente colpita soprattutto se pensiamo che questa teoria è stata sviluppata all’interno di un contesto di tipo ospedaliero. Un medico che si pone sullo stesso livello di un malato? Il medico di solito ha un camice, simbolo di tecnico esperto, il malato un pigiama, vestito di per sé umiliante, del resto nessuno va a passeggio in pigiama, forse in tuta, non in pigiama… Ponendo tutto ciò in un contesto educativo Rogers impone di chiamare il paziente “cliente”. Mi piace molto questo aspetto: il paziente che diviene cliente chiede “una prestazione” ad un fornitore di servizi. Il rapporto è indiscutibilmente paritario. Offre una prospettiva dove l’incontro è “da uomo a uomo”.  Ancora Rogers mi ha stupita quando ha conferito al “prestatore di servizi” (medico, educatore, esperto del caso…) la consapevolezza di avere di fronte un soggetto (il cliente appunto) che già possiede in sé la capacità intrinseca di modificare il proprio stato. Per far si che questa potenzialità sia potenza in atto è necessario che si passi in azione! Come? Con l’attivazione delle regole auree di Rogers: 1- Accettazione del cliente; 2- comprensione del cliente; 3- non valutazione  del cliente. Il tutto in un contesto non direttivo.

Positività e divieto di sovrapposizione imperano in questa tecnica.

Sicuramente ciò che influenzerà molto lo sviluppo di questa tecnica sono due aspetti della relazione: l’ascolto e il primo incontro. Il primo è propedeutico ad un buon sviluppo dell’intero percorso e determina l’impronta del secondo. L’ascolto implica di porsi in una posizione di apertura nei confronti del cliente: “aprire le orecchie per sentire”. Troppo spesso si hanno pregiudizi, per cui per ogni soggetto in educazione si tende a ricondurlo alla “tipologia di…”. Scherzando con un gruppo di colleghi ho fatto presente che troppo spesso facciamo ricorso al “catalogo degli alunni” che è rigorosamente corredato dal “catalogo dei genitori”. Quindi: sospensione del giudizio, osservazione umile e ascolto. Così ci si pone sulla strada di Rogers. L’ascolto è una condizione necessaria, anche questa troppo spesso bistrattata. La posizione di ascolto necessita di porsi sostanzialmente in una posizione di ricezione a cui deve seguire un feedback a favore del nostro emittente. Shannon e Weaver e il modello matematico della comunicazione prevedevano un messaggio codificato da un emittente, trasmesso per mezzo di un canale(il telefono, l’etere, il computer) con un determinato tipo di linguaggio (verbale, scritto, grafico)ad un destinatario che ha il compito di dare un feedback, questo perché la comunicazione prosegua e diventi dialogo. Il primo incontro condizionerà poi tutto il percorso educativo, è pertanto auspicabile che non si diriga l’incontro ma si usino delle parole-stimolo che possano incentivare il dialogo, in una posizione di accoglienza. Come andrà l’incontro, sostanzialmente, deve deciderlo il “cliente”, perché lui stesso sa a quale meta questo cammino deve approdare. Nel pieno ottimismo rogersiano è l’educatore che si affida al suo cliente: liberare ogni meccanismo di difesa, riconoscere fiducia in questi sono atteggiamenti che pongono la relazione in una prospettiva di progresso positiva e costruttiva. Tutto questo consente di liberare delle “energie inespresse” o forse, troppo spesso, “represse”. Il cliente a volte non ha neppure percezione di possederle, tanto è costretto ad atteggiamenti frutto di condizionamenti socio culturali, tali da farlo rispondere “al modello di…”. Quanti bravi bambini, brave mogli, bravi mariti, bravi colleghi abbiamo avuto la fortuna di conoscere. E perché aiutarli in un percorso per divenire cattivi? No assolutamente, questa non è la prospettiva rogersiana. Il per-corso deve, semmai, aiutarli ad essere “autentici”, cioè rispondenti a se stessi alle proprie aspettative, capacità e… sogni. Molto spesso ci troviamo di fronte a persone incongruenti, anche in ambito scolastico, dove educatori dicono ma non fanno. Non si parla solo con le parole! Mimica facciale, postura, prossemica, cinesica forniscono una serie di dettagli importanti e fondamentali che rafforzano il messaggio verbale. Nello stesso modo in cui si tenta di sostenere il cliente, il terapeuta deve essere ciò che è, altrimenti verrebbe meno la fiducia da parte del cliente.

L’accettazione del cliente prevede di prendere atto dei sistemi di valori di questo, in un rapporto paritario. L’apprezzare il cliente come persona implica un atteggiamento di considerazione positiva, creando attorno a lui un ambiente di piena accoglienza in cui egli si sente libero di “esprimersi”, condizione che lo porta alla valutazione oggettiva dell’esperienza. Le esperienze personali possono essere elaborate nel momento in cui vengono coscientizzate. Tuttavia in ogni soggetto convivono fattori consci e inconsci: i primi possono essere simbolizzati quindi verbalizzati e capiti; i secondi necessitano di un processo  perché li si possa “nominare”. Ad un simbolizzazione sbagliata e ad una valutazione dell’esperienza distorta succederanno comportamenti da questi condizionati.

Comprensione implica l’ascolto che porta ad una percezione empatica dello schema di riferimento altrui. La comprensione empatica è un atteggiamento non una tecnica, in quanto consiste nel percepire il mondo soggettivo altrui come si fosse quella persona. È il porsi in una posizione “come se…” Il terapeuta ripropone al cliente le parole che questi ha usato per descrivere una data situazione, privandole del contenuto emozionale così da permette al cliente di coscientizzarle. Il terapeuta regersiano si pone in un atteggiamento di ascolto, cercando di capire il vissuto reale e aiuta il cliente alla comprensione di ciò cercando autonomamente la sua strada. Questa prospettiva offre, a mio avviso, una duplice opportunità. Da una parte permette di tutelare lo stesso terapeuta che accetta il cliente così com’è nella sua individualità e il lavoro che gli compete è quello di condurre il cliente alla ricerca di se stesso, dall’altra permette al cliente di non essere valutato.

La non valutazione permette al cliente di vivere una condizione positiva perché lo stesso sente di essere accettato come persona nella sua interezza. Una valutazione negativa di qualche sua parte/atteggiamento implica una valutazione negativa come personale. Un giudizio parziale conduce ad un giudizio globale.  La persona che si sente “compresa” e non valutata ammetterà motivazioni del proprio comportamento sempre più profonde, vere e difficili anche da confessare a se stesso. Questo viaggio introspettivo lo condurrà ad esplorare quei valori inespressi e condizionanti in modo silente il suo comportamento che sono in contrasto tra di loro, perché frutto dell’adattamento dell’io ai condizionamenti esterni. Il soggetto riuscirà così a d essere risanato in un processo, sostanzialmente, di auto-riparazione.

Il solco entro cui si esplicheranno queste azioni è quello della non-direttività. Le tecniche non direttive impongono  la non sovrapposizione del terapeuta al cliente, piochè la terapia rogersiana riconosce piena fiducia nel cliente. La particolarità di questa prospettiva, a mio avviso,  è offerta dal fatto che il terapeuta pur non essendo imperante non è assente: non è un atteggiamento di indifferenza, ma di comprensione ed accoglienza.

Quante volte abbiamo avuto problemi, ma il semplice fatto di aver avuto qualcuno che ci ascoltasse, seppure non avessimo risolto il problema, ci ha permesso di non sentirci soli. Senza ciò al sentimento della solitudine spesso, segue un sentimento di abbandono e la perdita della speranza.

“La speranza è l’ultima a morire” ma finchè “c’è vita c’è speranza” perché piena fiducia nelle risorse dell’altro!

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la scuola come luogo di apertura al territorio

Che la scuola debba essere aperta al territorio  è di per sé un pleonasmo. Se è naturale il rapporto e la valenza della famiglia nella scuola, non è da trascurare la presenza di altre soggettualità portatrici di istanze diverse. Poiché siamo nell’era dell’educazione che proviene da molteplici direzioni (educazione formale, informale e diremmo incidentale) ci si deve domandare:

a)      A chi spetta la priorità tra i diversi soggetti culturali

b)      Come rapportare le richieste del territorio alla natura particolare dell’istruzione scolastica?

c)       Come individuare la natura del servizio che la scuola deve prestare per lo sviluppo e la crescita della società civile?

Il soggetto naturale primario dell’educazione è la persona.

Oggigiorno osserviamo un sovraccarico di oneri impropri per la scuola  nel tentativo di porre argine ai problemi di disagio sociale. Ma è necessario focalizzare l’attenzione sul fatto che non tutte le informazioni , né ogni attività debbono essere acquisite e svolte nella scuola, il cui compito principale è la rielaborazione critica del sapere e di emancipazione del pensiero. La scuola deve essere  e rimanere il luogo di insegnamento e apprendimento qualificato.

La scuola deve essere aperta al mondo esterno perché questo rappresenta il luogo in cui molte potenzialità di crescita del soggetto diventano concrete. L’apertura al territorio significa promuovere l’acquisizione di competenze diverse. La scuole deve promuovere l’integrazione tra “cantieri sociali” al fine di condividere un comune orizzonte culturale ed affettivo. Quando l’offerta scolastica è di tipo tecnicistico c’è il rischio dello scollamento ovvero per diventare, le varie realtà locali, veri ambienti di maturazione e di sviluppo personale (umano e sociale) devono condividere il medesimo orizzonte culturale ed educativo. La scuola deve promuovere:

  • la realizzazione di una vera domanda di educazione attraverso la sensibilizzazione per giovani e adulti;
  • promuovere progetti per favorire la crescita culturale;
  • promuovere interventi per superare forme di marginalità di ogni specie:
  • promuovere l’educazione permanente degli adulti;
  • formare i giovani al lavoro,

Una particolare attenzione spetta alla formazione professionale nel percorso formativo scolastico da cui derivano degli interrogativi:

a)      Come attuare un equilibrato dosaggio tra formazione umana, scientifico-culturale e formazione professionale specifica;

b)      Come valorizzare la capacità attiva/produttiva del soggetto;

c)       Come promuovere il significato culturale del lavoro;

d)      Come educare alla gioia del lavoro come strumento per esprimere se stessi.

Perché la dimensione professionale assuma una giusta valenza umana e culturale la scuola è chiamata ad una diversa valutazione del lavoro nella formazione scolastica.

Imparare ad utilizzare le risorse del territorio diventa, così, essenziale ed insostituibile.

La sinergia delle diverse agenzie educative locali diventa occasione preziosa per far circolare idee, per mettere a confronto esperienze e promuovere conoscenze pratiche.

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scuola: bottega artigiana

un interessante dibattito aperto da Gianni Marconato mi ha suscitato questa riflessione:

“Perchè ingegnerizzare le procedure di insegnamento e valutazione?”
Perchè si vogliono alunni-gazzelle  e si tralascia la pedagogia della lumaca. Perchè pensiamo alle performances della scuola come “industria”, nella quale si devono ottimizzare le procedure di produzione: abbassando i costi e aumentando i prodotti finiti. Eppure, questa scuola non convince. Proprio perchè l’apprendimento è strettamente connesso alla biologia dell’alunno, dove sappiamo che oguno è diverso, non perchè ce lo hanno spiegato, ma perchè lo abbiamo esperito. Ma  ognuno apprende quando la conoscenza entra in sè, com-prende e le vie di accesso al sapere sono assolutamente personali. Come “misurare” il valore e l’efficacia dell’insegnamento? Impossibile! Nella prospettiva di H.Gardner e le intelligenze multiple, con i sistemi di “valutazione INVALSI” non sappiamo quanto di queste siano effettivamente misurate. Se un alunno scrive poesie, si cimenta in concorsi letterari extra-scolastici e non ha la sufficienta in matematica, assurdamente, non rientra nei parametri standard. Ecco, siamo di nuovo a parametrare gli alunni, continuamo a perseverare nel conferire TAG. Ma qualcuno in alto non ha ancora capito che nessuno è catalogabile, siamo tutti “fuori catalogo”, perchè Oguno è un essere unico e irripetibile e niente (neppure una scuola a catena di montaggio) lo conformerà mai totalmente agli standar istituzionali. Agli insegnanti il diritto di disobbedienza, in nome della crescita e valorizzazione dell’individualità dell’unicità umana.

purtroppo non capisco perchè il sistema mi blocca e mi segnala come spam. Sarà colpa del nome non convenzionale, del resto ognuno è portatore della propria originalità 😉